Richie Havens, da Woodstock alla Casa Bianca

Richie Havens

Richie Havens

Richie Havens, folk singer di Brooklyn, New York. Dopo le prime esperienze in ensemble gospel e doo-wop, approda al Greenwich Village, dove viene scoperto da Fred Neil. Risultato: due dischi incisi per la Douglas Records.

Poi avviene l’incontro con Albert Grossman, il manager di Bob Dylan, e da lì nasce il suo primo successo Handsome Johnny. Siamo ancora nel 1967.

Nel tempo Richie Havens dimostrerà di essere sia un grande songwriter che un ottimo interprete (di brani firmati Dylan, Lennon/McCartney e Leonard Cohen), ma il suo nome rimane indiscutibilmente legato al Festival di Woodstock. Sarà lui infatti ad aprire la tre giorni di pace, amore e musica con un set di due ore dalle 5 alle 7 del pomeriggio di venerdì 15 agosto 1969. Celebre è il medley Motherless Child/Freedom.

Dopo quel momento così importante arriveranno anche grandi soddisfazioni dal punto di vista delle vendite per i suoi album Richard P. Havens, 1983 e Alarm Clock, quest’ultimo con l’unica hit entrata nella hot 100 dei singoli di Billboard, la cover di Here Comes The Sun dei Beatles.

E poi TV, teatro, cinema… e tra le sue ultime apparizioni va ricordata soprattutto l’esibizione per l’insediamento di Bill Clinton alla Casa Bianca nel gennaio del 1993.

Il musicista si è ritirato dalle scene il 20 marzo 2012 per motivi di salute ed è scomparso il 22 aprile dell’anno scorso presso la sua abitazione a Jersey City, New Jersey, per un attacco cardiaco. Oggi, 21 gennaio 1941, avrebbe compiuto 73 anni…

Richie Havens – Motherless Child/Freedom a Woodstock 1969 – VIDEO

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Martin Luther King Day: Bob Dylan e Stevie Wonder insieme sul palco

Stevie Wonder e Bob Dylan

Stevie Wonder e Bob Dylan

Nel 1963 Bob Dylan partecipò alla marcia per i diritti civili a Washington, la stessa in cui il dottor Marthin Luther King pronunciò la storica frase “I Have A Dream”.

Il 20 gennaio 1986 viene organizzato il primo Martin Luther King day negli Stati Uniti. Anche se Dylan aveva abbandonato da tempo le vesti del cantore di protesta, questa volta non poteva proprio mancare.

Quello che va in scena al John F. Kennedy Performing Arts Center è uno spettacolo straordinario: Bob Dylan si esibisce in un duetto inedito con Stevie Wonder e insieme cantano Blowin’ In The Wind. Il menestrello di Duluth cambia qualche verso del brano… e lo stesso fa poi con I Shall Be Relesead…

It don’t take much to be a criminal

One wrong move and they’ll turn you into one
At first, decay is just subliminal
To protect yourself and you’re forever on the run

He will find you where your stayin’
Even in the arms of somebody else’s wife
Your laughin’ now, you should be prayin’
To be in the midnight hour of your life

I see my light come shinin’
I don’t need no doctor or no priest

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Intervista a Carlo Bordone: 50 per ’60, una guida per capire l’underground dei Sixties

Cinquanta per '60

Carlo Bordone – 50 per ’60, supplemento al numero 264 di Rumore (Gennaio 2014)

Rumore, n. 264, Gennaio 2014. Questo mese in edicola insieme alla rivista c’è 50 per ’60, una delle Guide Pratiche di Rumore. 50 dischi (+ 50) per capire “ciò che ci siamo persi” dei Sixties. Beat, garage, psichedelia, soul, funk, r&b, folk, pop, tropicalismo, sperimentale… un sottobosco infinito (molto più di quanto si possa pensare).

Carlo Bordone

Carlo Bordone

Per questo motivo abbiamo intervistato l’autore del volume, il celebre giornalista musicale Carlo Bordone.

Com’è nata 50 per ’60?

L’idea è stata di Rossano Lo Mele, direttore di “Rumore”. Ci conosciamo da anni, siamo entrambi torinesi e avevamo iniziato più o meno nello stesso periodo a scrivere di musica, per l’appunto su “Rumore”. Abbiamo anche una lontana esperienza radiofonica in comune, nella Radioflash anni ’90. Quando mi ha proposto di occuparmi di questo volume ho accettato con entusiasmo. Mi piaceva l’argomento, e anche l’idea di tornare a scrivere qualcosa per “Rumore”.

Perché secondo te gli artisti e/o i gruppi di cui parli nella guida sono poco considerati o hanno avuto meno successo? Magari in alcuni casi erano troppo vicini a “personaggi che sono stati più fortunati”?

Ognuno ha la sua storia, i motivi per cui questi artisti non hanno avuto il successo che meritavano sono diversi. Sfortuna, rapporti disastrosi con l’industria discografica, caratteri fragili, per alcuni purtroppo anche una morte precoce. La vicinanza, in certi casi, con personaggi più famosi non credo che abbia giocato in modo negativo. Semplicemente, è andata così. Teniamo anche conto che parliamo di un’epoca come gli anni Sessanta. C’era talmente tanta musica nuova, succedevano così tante cose in un lasso ristretto di tempo, che è comprensibile che molti, diciamo così, “siano rimasti sul campo”. Non c’è da stupirsene né da maledire la cattiveria del mondo. L’importante è che le tracce che hanno lasciato non si siano perse, e che oggi si possano riscoprire.

Sono presenti diversi riferimenti a Bob Dylan o comunque ad altre sue vicende correlate quando parli di David Blue, Karen Dalton e del duo Mimi & Richard Farina…

Dylan è un personaggio talmente monumentale che è inevitabile sfuggire alla sua ombra, soprattutto parlando degli anni Sessanta. I musicisti citati hanno tutti avuto a che fare con lui personalmente, e almeno nel caso di Richard e Mimi Farina il legame biografico è stato particolarmente stretto e significativo. Sarebbe bello sapere che ricordi ha Dylan di loro, ma temo sia impossibile scoprirlo.

Molti di loro erano più bravi come autori, vero?

Qualcuno nasceva come autore di canzoni per altri, come Margo Guryan, ma quando si è trattato di mettersi in gioco anche come interprete in prima persona se l’è cavata benissimo. Più che altro compaiono alcune figure ibride, più produttori e arrangiatori che musicisti in proprio, come Curt Boettcher dei Millennium e David Axelrod. Per non parlare di strani esempi di accademici prestati al rock, come Bill Cosby dei Music Emporium, o di ricercatori musicali e sperimentatori come Delia Derbyshire dei White Noise. Sono storie che mi hanno sempre affascinato, un po’ laterali rispetto a quelle consuete della mitologia rock.

Nella guida c’è anche Gal Costa, artista conosciuta, ma in questo caso ricordata per un lavoro “minore”…

“Minore” solo per quel che riguarda la notorietà, forse perché distante dalla Gal Costa che tutti hanno in mente. Il disco in sé è incredibile.

Los Shakers - La Conferencia Secreta del Toto's Bar (Odeon Pops, 1968/EMI, 2007)

Los Shakers – La Conferencia Secreta del Toto’s Bar (Odeon Pops, 1968/EMI, 2007)

Poi si può leggere anche della Graham Bond Organization, spesso citata per ricordare Jack Bruce e Ginger Baker prima dei Cream, oppure del “Sgt. Pepper’s brasiliano” dei Los Shakers…

Ecco, Graham Bond è sicuramente uno di quegli artisti che avrebbero meritato più considerazione in questi decenni. Personaggio con una vena parecchio oscura e un po’ inquietante, ma musicista straordinario. Il disco dei Los Shakers, al netto di qualche ingenuità, è davvero godibile, con una freschezza addirittura superiore a certe cose angloamericane dell’epoca. La scena sudamericana della fine degli anni Sessanta era molto interessante. Nella guida avrebbero potuto entrare anche nomi come We All Together, Aguaturbia, Traffic Sound ecc.

È stato privilegiato l’ordine alfabetico perché era impossibile o “ingiusto” stilare una classifica?

Una classifica non avrebbe avuto alcun senso, secondo me. L’alternativa era tra l’ordine cronologico e quello alfabetico; alla fine il secondo ci è sembrato quello più adatto.

Dovessi citarne solo uno di questi artisti o gruppi, quale nome diresti?

Sono tutti dischi che amo, per motivi diversi. Se posso ne cito due: quello di Bert Sommer e CQ degli Outsiders. Due lavori secondo me giganteschi.

Alla fine di ogni descrizione c’è anche un link di riferimento. Non tutto quindi è andato realmente perduto?

Trovare link di riferimento, nel senso di siti ufficiali o appositamente dedicati, per qualcuno non è stato facile. In generale, però, niente è andato perduto, come dici tu. Una delle cose buone del web è questa: in un certo senso ha ridato vita al passato, permettendo di accedere a informazioni che vent’anni fa sarebbe stato impossibile ottenere. E se vent’anni fa mi avessero detto che un giorno avrei avuto un contatto diretto con alcuni di questi personaggi, facendomeli “amici” su una roba chiamata “Facebook”, mi sarei fatto una grossa risata.

50 per ’60 dimostra anche che è falso dire, come spesso si fa in quest’epoca, che “oggi esce più musica di quanta se ne possa ascoltare”?

Certo. Ne usciva molta più di quanta se ne potesse ascoltare anche negli anni Sessanta. E allora era anche molto più difficile poterla ascoltare.

In fondo a ogni descrizione ci sono anche i dischi “gemelli”, dove si trovano comunque nomi più conosciuti tipo Odetta, Rufus Thomas, Fela Kuti e altri. Sono artisti che servono per capire ulteriormente un underground che così lontano non è?

Sono titoli più o meno affini, per questioni stilistiche o biografiche. In qualche caso mi sono divertito anche con qualche citazione: per esempio nella scheda dei Lollipop Shoppe ho indicato come disco gemello il primo dei Blues Magoos. Ci sta, come genere, ma non nego che la ragione principale è che si intitola Psychedelic Lollipop.

Ultima domanda: a parte l’underground, gli anni ’60 sono davvero così lontani o non sono mai stati così vicini?

Gli anni Sessanta, fintanto che continuerà a esistere una musica che genericamente chiamiamo “rock”, faranno sentire sempre la loro presenza. Semplicemente perché quella è l’epoca nella quale si è definita la grammatica del rock, del soul e di altri generi cardine della musica popolare. In questo senso sì, i Sixties e i loro suoni sono ancora vicini a noi così come lo erano negli anni Settanta, Ottanta o Novanta. L’errore è riproporli tali e quali, senza aggiungere nulla. Il revival puro e semplice non ha senso, abbiamo bisogno di musica che sia capace di rappresentare i tempi che viviamo. Proprio come succedeva in quegli anni.

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A Day in the Life: due notizie, un film e un “intruso”

Beatles, Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (Parlophone, 1967)

Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Parlophone, 1967)

1967. Stando all’ordine finale, John Lennon parte da una brutta notizia: Tara Browne, pronipote di Edward Cecil Guinness, il famoso magnate della birra, muore in un incidente stradale. Aveva 21 anni, frequentava l’ambiente underground e amava il rock. A 25 avrebbe ereditato un milione di sterline.

Successivamente lo stesso John crea un soliloquio surreale parlando del film che ha da poco finito di girare in Spagna con Richard Lester. La pellicola si intitola How I Won The War ed uscirà il 18 ottobre.

A questo punto entra in scena Paul McCartney con la bozza di un brano diverso e più deciso che viene unito sapientemente a tutto il resto con l’ausilio del produttore George Martin.

Alla fine, sempre rispettando l’ordine, John Lennon prende spunto da una notizia pubblicata il 17 gennaio 1967 sul Daily Mail all’interno della rubrica “Far and Near”: nelle strade di Blackburn, Lancashire, erano state contate quattromila buche da riempire.

Nasce così dunque A Day in the Life, primo brano espressamente scritto per il Sgt. Pepper’s (se si considera che Penny Lane e Strawberry Fields Forever andarono a finire precedentemente all’interno di un 45 giri e When I’m Sixty-Four era stata già composta da tempo). Il brano inizia a prendere forma il 19 gennaio dello stesso anno, il suo titolo provvisorio è In The Life Of, a febbraio è pronto e a giugno si manifesterà come una chiusura più che degna per il Sgt. Pepper’s.

“I read the news today oh boy…”

Beatles – A Day in the Life (AUDIO)

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Who, Tommy: la copertina della prima vera opera rock

Who, Tommy: copertina di Mike Mcinnerney

Who, Tommy (1969): copertina di Mike McInnerney

Gli insegnamenti di Meher Baba incontrano il talento grafico di Mike McInnerney

«Decisi che Mike McInnerney sarebbe stato il primo a sentirlo. Insieme a lui avevo passato molto tempo cercando idee per le musiche di Tommy e immaginando il modo in cui Mike le avrebbe completate con le sue illustrazioni. Nei suoi insegnamenti Meher Baba diceva che la vita, così come la conosciamo, non è che “un’illusione dentro un’illusione” e Mike partì da questa prospettiva per creare l’artwork dell’album. Il fronte e una delle ali interne della copertina mostravano una griglia aperta attraverso cui gli ascoltatori passavano per raggiungere la musica all’interno».

Sono parole tratte dall’autobiografia di Pete Townshend Who Am I? (Rizzoli, 2013) per descrivere l’artwork di Tommy, la prima vera opera rock della storia (o comunque la prima ad essere “più conosciuta”, visto che già i Pretty Things con S. F. Sorrow e i Kinks con Arthur si erano cimentati in tale genere inconsueto fino ad allora per il rock). Autore della copertina è, come dice lo stesso chitarrista, Mike McInnerney.

Dopo aver abbandonato gli studi di graphic design al London College Of Printing – ora London College Of Communication – McInnerney nel 1966 assume la carica di art editor del quotidiano della controcultura International Times e nel 1969 inizia a lavorare alla copertina di Tommy, dopo aver introdotto Pete Townshend agli insegnamenti di Meher Baba. Il messaggio spirituale del guru indiano è ben presente nell’opera e nella copertina, e sia il chitarrista che il grafico tentano di trasmettere il suo messaggio attraverso Tommy, soprattutto a seguito della scomparsa di Baba, avvenuta il 31 gennaio 1969 (l’album sarà pubblicato a maggio dello stesso anno). «Il nome di Baba doveva apparire nelle note di copertina? Alla fine decidemmo di sì, ma solo come “avatar”», ricorda Townshend nell’autobiografia.

La cover è caratterizzata da una sfera di colore azzurro simile a una gabbia con alcune aperture quadrate, e all’esterno sono visibili nuvole e colombe. Sul retro invece predomina il nero squarciato da un pugno e “intervallato” da altre colombe.

Anche all’interno del libretto sono presenti alcune immagini altamente simboliche, in cui la presenza di Tommy si avverte soltanto in una sorta di spazio infinito. L’oppressione da cui il giovane cerca di liberarsi sembra sempre più un miraggio: l’aver assistito all’omicidio dell’amante della madre da parte del padre di ritorno dalla Prima Guerra Mondiale (a seguito del quale diventa cieco, muto e sordo) e l’aver subito gli abusi dello zio e gli atti di bullismo del cugino lo rendono sempre più isolato.

Tornando alla copertina e alla sfera, in alcune edizioni di Tommy sono presenti anche i membri del gruppo sotto forma di ritratto in bianco e nero e messi ancor più in risalto dalla loro presenza all’interno delle fessure centrali.

«L’artwork di Mike McInnerney fu un trionfo», sostiene Townshend in Who Am I?. «Aggiungeva mistero eppure sapeva spiegare i concetti, una combinazione apparentemente impossibile. Una volta stampata, la copertina si rivelò un oggetto meraviglioso, oltre che un ottimo veicolo dei contenuti».

Tante sono state le riedizioni di Tommy, uscito inizialmente in formato doppio album. L’ultima in ordine di tempo (di cui si è parlato su JAM 207 di novembre/dicembre) è stata pubblicata lo scorso 12 novembre ed è una riedizione deluxe contenente il disco originale, un cd con venti demo tratti dagli archivi di Townshend e la performance dal vivo dell’opera registrata il 17 ottobre 1969 al Capital Theatre di Ottawa, Canada. L’edizione super deluxe invece contiene anche un nuovo mix 5.1 surround su Hi Fi Pure Audio Blu-Ray e un libro di 80 pagine con foto, memorabilia, note bio-discografiche di Richard Barnes e il facsimile di un poster promozionale di Tommy.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 19 dicembre 2013 su Jam Viaggio Nella Musica.

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