Intervista ai Kalweit and the Spokes. Il loro nuovo album è “Mulch”

Kalweit and the Spokes

Kalweit and the Spokes

Secondo album per i Kalweit and the Spokes. Dodici tracce inedite tra alternative country e post punk con uno sguardo alla sperimentazione e all’elettronica per Georgeanne Kalweit (voce), Giovanni Calella (chitarra) e Mauro Sansone (batteria). Titolo del loro nuovo lavoro: Mulch. Noi ne abbiamo voluto sapere di più e per questo motivo abbiamo intervistato Georgeanne e Giovanni.

Com’è nata la copertina di questo secondo disco dei Kalweit and the Spokes? Una delle due in foto sei tu Georgeanne, vero?

Georgeanne: La foto sulla copertina è stata scattata da mio padre su un lago nel Wisconsin presso la casa estiva di mia nonna e sulla destra sono ritratta io all’età di 9 anni, mentre la bambina sulla sinistra è mia sorella. Avevo già l’idea di utilizzare una foto di mia nonna e sua sorella adulte che giocano a carte sul molo dello stesso lago – foto che compare all’interno del disco – e così trovavo giusto l’abbinamento con quella di me e mia sorella da piccole per una questione di continuità. Il filo conduttore in alcuni brani è proprio l’inesorabile passare del tempo e così la scelta mi sembrava azzeccata.

Mulch, in italiano “pacciame”. Come mai avete deciso di intitolare così il vostro nuovo album?

Georgeanne: La parola ‘mulch’ appare alla fine dello spoken word di Wetutanka e descrive come le tante cose accadute in questo luogo, che è l’isola sul lago dove sono cresciuta, sono state sepolte nel silenzio del tempo, quasi soffocate sotto uno strato di pacciame e neve attraverso gli anni. Mi sembrava che racchiudesse il concetto dell’album molto bene e così ho optato per questo nome, piuttosto conciso e diretto. Per me, poi, noi esseri umani siamo come il pacciame o l’humus per le future generazioni grazie anche alle esperienze e alle scoperte che lasciamo in eredità, come hanno fatto per noi coloro che ci sono stati prima di noi.

Di nuovo per te, Georgeanne: i testi riguardano ricordi tuoi del Minnesota e della tua Minneapolis. Perché hai deciso di “tornare” a casa? E poi: c’è “qualcosa di italiano” nei tuoi testi?

Georgeanne: Credo che per me sia stata una cosa naturale rivolgere i miei pensieri al passato dopo tanti anni in Italia, quasi 22, in una specie di resoconto della vita in un momento in cui stavo anche affrontando la realtà della morte di mio padre. Quest’episodio mi ha fatto riflettere molto sulla transitorietà della vita, così scrissi Fifth Daughter che chiude l’album in onore a lui e Kate and Joan invece dedicata a mia madre, brano che apre l’album e che narra come sono cambiati i ruoli delle donne in confronto alla sua epoca, gli anni ’50 e ’60. Nel disco ci sono tante storie di cose che mi hanno impressionata e colpita negli anni, di situazioni vissute in America, come in Liquor Lyle’s, storia di persone incontrate e di stili di vita diversi, sia a livello personale che pubblico, come ad esempio in confronto ai mass-media e ai disagi sociali che ci circondano e di cosa provocano nella gente e nel suo comportamento di riflesso. “D’Italiano” c’è ben poco nei testi in confronto al primo disco.

Comunque all’interno dell’album c’è spazio anche per personaggi immaginari come Barbie in Barbie bit the dust, giusto?

Georgeanne: Giusto, proprio per quanto riguarda il lato “sociale” c’è la Barbie e la mia voglia di fare presente, in modo ironico, di quanto obsoleto sia il suo immaginario e di come può anche essere dannosa per bambine, in quanto molto limitata come modello e ruolo.

Ne parlavi anche poco fa, ma ci ritorniamo su: che posto è Wetutanka?

Georgeanne: Wetutanka è un posto molto affascinante per la sua storia: è il nome che i Nativi  Americani della tribù Dakota davano ‘al luogo per estrarre lo sciroppo d’acero in primavera’ o anche la Grande Isola dove avevano un campo finché i primi pionieri arrivarono nel 1850 e comprarono l’isola, cacciando i Nativi. Quest’isola si trova in mezzo ad una serie di 30 baie collegate con dei canali. Si va in barca ovunque finché non si gela il lago ed in inverno ci si sposta sugli sci di fondo o in moto slitta. Una volta, c’era un luna park sull’isola, aperto nel 1906 e chiuso poi nel 1911, ospitava circa 15.000 persone al giorno che venivano da Minneapolis in tram e poi venivano portate sull’isola sui vaporetti. Suonarono i grandi della musica dell’epoca in questo enorme padiglione. Poi fu tutto smantellato e negli anni ’20 fu dato ai veterani della Prima Guerra Mondiale come campo estivo,  attivo sino ai tempi dei veterani del Vietnam. La domenica, quando ero bambina, fino all’isola ci arrivavamo in barca per far colazione proprio con i veterani. Poi alla fine degli anni ’70 fu abbandonata e cadde in rovina. Nel 1990, quando tornai a Minneapolis per laurearmi in Arte, ho aiutato il custode a pulire gli edifici rimasti, strapieni di oggetti e storia. Così ho vissuto un breve periodo lì e ho scoperto tante cose di questo luogo sacro. Ora è un parco protetto e non c’è più traccia di tutto quello che è stato, ma la storia è intrappolata lì nell’aria, e si sente, e ora è anche nella nostra canzone.

Giovanni, dal punto di vista musicale nell’album c’è anche No Need, brano “diverso” rispetto agli altri. Com’è nato questo pezzo?

Giovanni: È nato da un ritornello di piano che avevo registrato molto tempo fa e lasciato strumentale. Poi l’ho passato a Georgeanne che l’ha trasformato in una canzone. Ha quindi subito varie fasi di arrangiamento fino a quella che hai sentito. È un po’ diversa solo esteticamente dagli altri brani perché è più varia nei suoni. È un altro lato di quello che ci piace.

Se doveste fare nomi di artisti o gruppi che influenzano il vostro sound quali direste?

Giovanni: Questa è sempre una domanda troppo difficile… Ci sono gli ascolti che ti porti nel DNA dall’inizio alle ultime scoperte del momento. E poi c’è dal rock all’elettronica, dal jazz e al punk, dalla sperimentazione e al folk. Insomma… tutta la bella musica che hai potuto ascoltare e che in qualche maniera ti è rimasta dentro.

In Mulch sono presenti anche alcuni ospiti: artisticamente parlando con chi di loro avete legato di più?

Giovanni: I musicisti che compaiono in un brano sono Nicola Masciullo ed Eloisa Manera rispettivamente polistrumentista e violinista. Nicola è un mio amico storico, facciamo musica insieme da quando eravamo ragazzini. Eloisa è un’amica più recente, una violinista veramente acuta e brillante…

Georgeanne: … Per non parlare dei Gnu Quartet che hanno fatto l’arrangiamento per archi e hanno suonato in Ice Man nel primo album, Around the Edges, e anche in Fifth Daughter nel nuovo disco. Con loro ci siamo trovati molto, molto bene.

Siamo in conclusione, ma prima un’ultima domanda d’obbligo: quali sono i vostri prossimi impegni?

Georgeanne: Naturalmente vogliamo portare Mulch in giro dal vivo in Italia e anche all’estero, visto che i testi sono tutti in inglese, ma soprattutto negli Stati Uniti dopo l’esperienza positiva di promozione radiofonica fatta su 300 college radio in America e Canada.

Informazioni su Leonardo Follieri

Collabora con Jam Viaggio Nella Musica e con Paper Street, scrive su Rock Oddity, dal 2007 scrive di musica per testate online/siti/blog, canta e suona la chitarra. Ha frequentato il Master in Giornalismo e Critica Musicale diretto da Ezio Guaitamacchi, è laureato in Giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano con tesi in diritto d’autore.
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Una risposta a Intervista ai Kalweit and the Spokes. Il loro nuovo album è “Mulch”

  1. Tina Di Benedetto ha detto:

    ammetto di non conoscere Kalweit and the Spokes ma questi spazi servono proprio per dare visibilità e far conoscere gruppi emergenti (dimmi di si) o comunque promuovere gruppi e musica meno conosciuti.

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