Intervista a Carlo Bordone: 50 per ’60, una guida per capire l’underground dei Sixties

Cinquanta per '60

Carlo Bordone – 50 per ’60, supplemento al numero 264 di Rumore (Gennaio 2014)

Rumore, n. 264, Gennaio 2014. Questo mese in edicola insieme alla rivista c’è 50 per ’60, una delle Guide Pratiche di Rumore. 50 dischi (+ 50) per capire “ciò che ci siamo persi” dei Sixties. Beat, garage, psichedelia, soul, funk, r&b, folk, pop, tropicalismo, sperimentale… un sottobosco infinito (molto più di quanto si possa pensare).

Carlo Bordone

Carlo Bordone

Per questo motivo abbiamo intervistato l’autore del volume, il celebre giornalista musicale Carlo Bordone.

Com’è nata 50 per ’60?

L’idea è stata di Rossano Lo Mele, direttore di “Rumore”. Ci conosciamo da anni, siamo entrambi torinesi e avevamo iniziato più o meno nello stesso periodo a scrivere di musica, per l’appunto su “Rumore”. Abbiamo anche una lontana esperienza radiofonica in comune, nella Radioflash anni ’90. Quando mi ha proposto di occuparmi di questo volume ho accettato con entusiasmo. Mi piaceva l’argomento, e anche l’idea di tornare a scrivere qualcosa per “Rumore”.

Perché secondo te gli artisti e/o i gruppi di cui parli nella guida sono poco considerati o hanno avuto meno successo? Magari in alcuni casi erano troppo vicini a “personaggi che sono stati più fortunati”?

Ognuno ha la sua storia, i motivi per cui questi artisti non hanno avuto il successo che meritavano sono diversi. Sfortuna, rapporti disastrosi con l’industria discografica, caratteri fragili, per alcuni purtroppo anche una morte precoce. La vicinanza, in certi casi, con personaggi più famosi non credo che abbia giocato in modo negativo. Semplicemente, è andata così. Teniamo anche conto che parliamo di un’epoca come gli anni Sessanta. C’era talmente tanta musica nuova, succedevano così tante cose in un lasso ristretto di tempo, che è comprensibile che molti, diciamo così, “siano rimasti sul campo”. Non c’è da stupirsene né da maledire la cattiveria del mondo. L’importante è che le tracce che hanno lasciato non si siano perse, e che oggi si possano riscoprire.

Sono presenti diversi riferimenti a Bob Dylan o comunque ad altre sue vicende correlate quando parli di David Blue, Karen Dalton e del duo Mimi & Richard Farina…

Dylan è un personaggio talmente monumentale che è inevitabile sfuggire alla sua ombra, soprattutto parlando degli anni Sessanta. I musicisti citati hanno tutti avuto a che fare con lui personalmente, e almeno nel caso di Richard e Mimi Farina il legame biografico è stato particolarmente stretto e significativo. Sarebbe bello sapere che ricordi ha Dylan di loro, ma temo sia impossibile scoprirlo.

Molti di loro erano più bravi come autori, vero?

Qualcuno nasceva come autore di canzoni per altri, come Margo Guryan, ma quando si è trattato di mettersi in gioco anche come interprete in prima persona se l’è cavata benissimo. Più che altro compaiono alcune figure ibride, più produttori e arrangiatori che musicisti in proprio, come Curt Boettcher dei Millennium e David Axelrod. Per non parlare di strani esempi di accademici prestati al rock, come Bill Cosby dei Music Emporium, o di ricercatori musicali e sperimentatori come Delia Derbyshire dei White Noise. Sono storie che mi hanno sempre affascinato, un po’ laterali rispetto a quelle consuete della mitologia rock.

Nella guida c’è anche Gal Costa, artista conosciuta, ma in questo caso ricordata per un lavoro “minore”…

“Minore” solo per quel che riguarda la notorietà, forse perché distante dalla Gal Costa che tutti hanno in mente. Il disco in sé è incredibile.

Los Shakers - La Conferencia Secreta del Toto's Bar (Odeon Pops, 1968/EMI, 2007)

Los Shakers – La Conferencia Secreta del Toto’s Bar (Odeon Pops, 1968/EMI, 2007)

Poi si può leggere anche della Graham Bond Organization, spesso citata per ricordare Jack Bruce e Ginger Baker prima dei Cream, oppure del “Sgt. Pepper’s brasiliano” dei Los Shakers…

Ecco, Graham Bond è sicuramente uno di quegli artisti che avrebbero meritato più considerazione in questi decenni. Personaggio con una vena parecchio oscura e un po’ inquietante, ma musicista straordinario. Il disco dei Los Shakers, al netto di qualche ingenuità, è davvero godibile, con una freschezza addirittura superiore a certe cose angloamericane dell’epoca. La scena sudamericana della fine degli anni Sessanta era molto interessante. Nella guida avrebbero potuto entrare anche nomi come We All Together, Aguaturbia, Traffic Sound ecc.

È stato privilegiato l’ordine alfabetico perché era impossibile o “ingiusto” stilare una classifica?

Una classifica non avrebbe avuto alcun senso, secondo me. L’alternativa era tra l’ordine cronologico e quello alfabetico; alla fine il secondo ci è sembrato quello più adatto.

Dovessi citarne solo uno di questi artisti o gruppi, quale nome diresti?

Sono tutti dischi che amo, per motivi diversi. Se posso ne cito due: quello di Bert Sommer e CQ degli Outsiders. Due lavori secondo me giganteschi.

Alla fine di ogni descrizione c’è anche un link di riferimento. Non tutto quindi è andato realmente perduto?

Trovare link di riferimento, nel senso di siti ufficiali o appositamente dedicati, per qualcuno non è stato facile. In generale, però, niente è andato perduto, come dici tu. Una delle cose buone del web è questa: in un certo senso ha ridato vita al passato, permettendo di accedere a informazioni che vent’anni fa sarebbe stato impossibile ottenere. E se vent’anni fa mi avessero detto che un giorno avrei avuto un contatto diretto con alcuni di questi personaggi, facendomeli “amici” su una roba chiamata “Facebook”, mi sarei fatto una grossa risata.

50 per ’60 dimostra anche che è falso dire, come spesso si fa in quest’epoca, che “oggi esce più musica di quanta se ne possa ascoltare”?

Certo. Ne usciva molta più di quanta se ne potesse ascoltare anche negli anni Sessanta. E allora era anche molto più difficile poterla ascoltare.

In fondo a ogni descrizione ci sono anche i dischi “gemelli”, dove si trovano comunque nomi più conosciuti tipo Odetta, Rufus Thomas, Fela Kuti e altri. Sono artisti che servono per capire ulteriormente un underground che così lontano non è?

Sono titoli più o meno affini, per questioni stilistiche o biografiche. In qualche caso mi sono divertito anche con qualche citazione: per esempio nella scheda dei Lollipop Shoppe ho indicato come disco gemello il primo dei Blues Magoos. Ci sta, come genere, ma non nego che la ragione principale è che si intitola Psychedelic Lollipop.

Ultima domanda: a parte l’underground, gli anni ’60 sono davvero così lontani o non sono mai stati così vicini?

Gli anni Sessanta, fintanto che continuerà a esistere una musica che genericamente chiamiamo “rock”, faranno sentire sempre la loro presenza. Semplicemente perché quella è l’epoca nella quale si è definita la grammatica del rock, del soul e di altri generi cardine della musica popolare. In questo senso sì, i Sixties e i loro suoni sono ancora vicini a noi così come lo erano negli anni Settanta, Ottanta o Novanta. L’errore è riproporli tali e quali, senza aggiungere nulla. Il revival puro e semplice non ha senso, abbiamo bisogno di musica che sia capace di rappresentare i tempi che viviamo. Proprio come succedeva in quegli anni.

Informazioni su Leonardo Follieri

Collabora con Jam Viaggio Nella Musica e con Paper Street, scrive su Rock Oddity, dal 2007 scrive di musica per testate online/siti/blog, canta e suona la chitarra. Ha frequentato il Master in Giornalismo e Critica Musicale diretto da Ezio Guaitamacchi, è laureato in Giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano con tesi in diritto d’autore.
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