L’arte minimale di Roger Keith “Syd” Barrett

Roger Keith "Syd" Barrett nel 1970

Roger Keith “Syd” Barrett. L’artista nacque il 6 gennaio 1946 a Cambridge

Londra, primi mesi del 1968.

Estromesso dal gruppo che lui stesso aveva fondato e del quale era stato il leader visionario, Syd Barrett, secondo una voce del periodo, avrebbe stazionato per un pomeriggio intero con la chitarra sottobraccio davanti agli EMI Studios, aspettando che gli (oramai) ex compari lo invitassero alle sessions di registrazione del secondo LP, A Saucerful of Secrets.

Fallito anche il tentativo dell’anomala formazione a 5 – con David Gilmour sostituto di Barrett dal vivo – il manager lo convince a registrare del nuovo materiale per un primo album solista.

Ma l’impresa si rivela subito difficoltosa, a causa delle precarie condizioni psicologiche che avevano costretto i Floyd ad estrometterlo. Come ricorda l’amico e artista pop Duggie Fields: “Avevo conosciuto Syd nel ’66, nel periodo in cui frequentavamo l’università – anche gli altri Floyd erano iscritti alla mia stessa facoltà, e avevo l’occasione di conoscerlo tramite loro… All’inizio dopo l’uscita dai Pink Floyd, Syd cominciò a dipingere, ma smise quasi subito: non aveva alcune fede in quello che faceva, nessuna progettualità… Cominciò così a starsene a letto tutto il giorno, in pratica senza mai alzarsi. Non gliene fregava più niente di tutto il resto, e quando si decideva a mettersi a fare qualcosa poco dopo lo interrompeva qualcos’altro – per questo non concludeva mai niente… Si chiudeva nella sua stanza, nel profondo della sua anima”.

The Madcap laughs (Harvest, 1970)

The Madcap laughs (Harvest, 1970)

In questo stato psicofisico estremamente subalterno e instabile, nel marzo 1969  – più di un anno dopo aver lasciato i Floyd e dopo essere stato qualche mese in una casa di cura – Syd finalmente chiama la EMI per prenotare lo studio di registrazione.

La produzione viene affidata in un primo momento a Malcom Jones e a Pete Jenner. Barrett chiama in studio i Soft Machine al completo (Robert Wyatt, Hugh Hopper e Mike Ratledge). “In studio si trattò di un’esperienza completamente anarchica, perché Barrett era diverso da tutti gli altri musicisti con cui avevo già lavorato”, ricorda Wyatt. “Non ci parlò mai di quello che aveva intenzione di fare – dicendoci ciò che avremmo dovuto suonare… Così facemmo qualcosa di improvvisato finché lui ci dice: ‘Ok, è abbastanza’… In pratica non ci spiegò niente”.

Nel maggio del ’69 la produzione passa a David Gilmour, supportato da Roger Waters. In poche sessions l’album viene ultimato e mixato il 5 agosto.

Prima dell’album viene lanciato sul mercato il 45 giri Octopus/Golden Hair (Harvest, 14 novembre 1969). Un ’45 storico e raro, l’unico della carriera dell’ex Floyd.

Il 3 gennaio esce finalmente The Madcap Laughs (Harvest, 1970). L’atmosfera precaria, incompiuta e instabile in cui si è registrato questo primo LP suggella il fascino immortale di un’opera meravigliosamente imperfetta, a cavallo tra filastrocche squilibrate, sorrette da un minimalismo sghembo e punte di confusionaria malinconia. La copertina è a cura di Storm Thorgerson e gli scatti sono del fotografo Mick Rock.

Una rara fotografia di Syd Barrett nel 1970

Una rara fotografia di Syd Barrett nel 1970

Il disco non vende molto ma riceve critiche incoraggianti. In una fiammata insperata di lucidità creativa, Barrett torna subito in studio (26 febbraio 1970) affidando la produzione nuovamente a David Gilmour (e Rick Wright come spalla).

Tra una pausa e l’altra, il 14 novembre esce Barrett (Harvest, 1970). In questo delizioso capolavoro ci sono le canzoni più famose, spesso riprese da vari artisti (Love Song, Dominoes, Baby Lemonade). In generale la produzione è più convincente, omogenea, leggermente più curata e meno improvvisata. L’aria magica di incertezza rimane e Barrett è molto probabilmente un gradino sopra il debutto.

"Barrett" (Harvest, 1970)

“Barrett” (Harvest, 1970)

Successivamente, il manager Pete Jenner, nel 1974, vorrebbe produrre un terzo album, ma il risultato è alquanto disastroso.

Per un’opera omnia – o quasi – di grande livello, bisogna aspettare Crazy Diamond (Harvest, 1993). Questo delizioso cofanetto contiene i due album ufficiali, il postumo Opel e varie bonus track, 19 in tutto tra inediti e rarità. Non c’è proprio tutto quello pubblicato da Barrett – manca ad esempio Bob Dylan’s Blues – ma è più che soddisfacente e il libretto è molto curato.

Non perdetevi nemmeno The Peel Sessions (Strange Fruit, 1988), mini-album di cinque canzoni incise per la BBC il 24 febbraio 1970. L’unica occasione di ascoltare Terrapin, Gigolo Aunt e Baby Lemonade dal vivo con David Gilmour alla chitarra e all’organo e con il percussionista degli Humble Pie Jerry Shirley.

Nel 1992 la Atlantic offre a Barrett 75.000 sterline per farlo tornare in studio. Carta bianca sul materiale. La famiglia declina ogni offerta.

Ritiratosi da ormai più di 30 anni dal mondo della musica rock, Roger Keith “Syd” Barrett si spegne nella sua casa di Cambridge il 7 luglio 2006.

Oggi avrebbe compiuto 68 anni.

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3 risposte a L’arte minimale di Roger Keith “Syd” Barrett

  1. matteoscompa ha detto:

    Ciao, secondo te per quale motivo S. Barrett ha ispirato innumerevoli canzoni e album dei Pink Floyd malgrado siano stati uniti per molto poco a livello musicale? Io trovo assurdo (e affascinante) il peso di questa persona nella storia dei Pink Floyd.

    ;)

    Mat

    • Roberto Vivaldelli ha detto:

      Peso giustificato dal fatto che i primissimi Pink Floyd dipendevano interamente da lui. Tant’è che molti non avrebbero scommesso un centesimo sui Floyd senza Barrett, leader fantasioso, arguto e geniale..Poi è arrivato Gilmour e la storia la conosciamo. Ma l’estro creativo di Syd ha pochi eguali nella storia del rock. :)

  2. Zorapide ha detto:

    Semplicemente un Grande!

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