Intervista a Ezio Guaitamacchi: Psycho Killer. Omicidi in Fa Maggiore… e nasce il primo rock thriller

Psycho Killer. Omicidi in Fa Maggiore (Ultra Novel, 2013)

Psycho Killer. Omicidi in Fa Maggiore (Ultra Novel, 2013)

23 luglio 2011. Mentre a Londra viene trovato il cadavere di Amy Winehouse nella sua casa di Camden Square, a Milano viene trovato morto il titolare del più famoso ufficio stampa musicale italiano. E non sarà neanche il primo personaggio dello show business musicale del nostro Paese a fare questa tragica fine nel corso di questa estate.

Sembrano suicidi, ma “non sempre le cose sono come appaiono”.

Inizia così Psycho Killer. Omicidi in Fa Maggiore, primo romanzo di Ezio Guaitamacchi. Il giornalista musicale racconta una serie di delitti efferati che hanno per colonna sonora le canzoni di Bob Dylan. Gli stessi brani del Menestrello di Duluth saranno però anche la chiave per risolvere il mistero.

Ezio Guaitamacchi, nato a Milano, è giornalista musicale, autore e conduttore radio tv, scrittore, musicista, docente e performer. Da sempre è abituato a divulgare il rock in maniera lucida e appassionata, come ha fatto tra l’altro con i suoi ultimi libri 1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita (Rizzoli, 2009), 1000 concerti che ci hanno cambiato la vita (Rizzoli, 2010), Delitti Rock (Arcana, 2010; nuova edizione 2012) e Rock Files. 500 storie che hanno fatto storia (Arcana, 2012).

Stavolta, però, è diverso perché esordisce nella narrativa con un rock thriller, nuovo genere letterario in cui la musica è sempre protagonista. E anche per questo motivo ne abbiamo voluto sapere di più e lo abbiamo intervistato.

Ezio Guaitamacchi

Ezio Guaitamacchi

La prima domanda è d’obbligo: com’è nato Psycho Killer. Omicidi in Fa Maggiore?

Stavo facendo su Rai2 il programma Delitti Rock, anzi l’avevo finito e quindi parliamo del giugno/luglio 2011. Non a caso infatti il romanzo nasce ed è ambientato in quel periodo lì. Il programma e tutto quello che era il project dei Delitti Rock era stato impegnativo e gratificante, ma a un certo punto ero andato in “overdose” e dissi la famosa frase: “Non scriverò mai più una riga sui morti rock…”. Due settimane o venti giorni dopo, però, muore Amy Winehouse. E dopo una riunione con i dirigenti della Rai, si decide che Delitti Rock avrebbe avuto una puntata in più alla fine del ciclo dedicata proprio ad Amy Winehouse e quindi già la mia dichiarazione nel giro di poco tempo svanisce.

Poi, sempre quell’estate là, non ti so dire neanche per quale motivo, mi è venuta in mente una scena che avevo vissuto mesi prima alla fine di uno dei miei spettacoli: una conversazione con un artista sulle frustrazioni “tipiche” sue e di altri suoi colleghi e ricordo che cercavo di distrarre questo soggetto dalla sua “depressione alcolica”. Lui poi mescolava ad esempio la morte di Jimi Hendrix a se stesso e alla sua vita e ricordo che diceva da ubriaco: “Io ho bisogno di morire! Io ho già vinto!”. Non so come mi è venuta in mente quella cosa lì, ma ho pensato: uno potrebbe essere frustrato al punto tale che potrebbe anche uccidere. Cioè: “Io artista non ho successo e tu, discografico, è colpa tua”, pensando quindi che ci sia sempre dietro chissà cosa.

Avevo letto poi un altro romanzo storico in cui si diceva che durante le Crociate, quando venivano uccisi i non cristiani in guerra, la Chiesa non li considerava omicidi, ma “malicidi”. Era l’idea di “eliminare il male della società”.

E poi ricordo benissimo che ero in Alaska e mentre viaggiavo in questo bus durante una giornata bruttissima tipo Into The Wild, avevo scritto sul mio iPad “appunti/idea per un libro” e il tutto ha preso una forma più compiuta successivamente.

Alla fine è stato un insieme di cose: fine dei Delitti Rock, ricordi di una notte pavese, lettura di un romanzo storico e viaggio in Alaska. Ho unito il tutto ed è nata questa storia.

Nei tuoi libri hai sempre parlato di rock, cercando di ricostruire la storia e le singole vicende. Stavolta però il rock o la musica in generale è sempre presente, ma la storia l’hai inventata. È la prima volta, vero?

È la prima volta ed è come cimentarsi in un film dopo aver fatto per anni documentari. È proprio come passare dalla documentazione spiegata al dover inventare una storia. Il problema per me non è stato tanto l’inventare, ma è stata più la forma, perché ovviamente nel caso della narrativa non puoi spiegare le cose, altrimenti il lettore scopre subito tutto quanto! Nel caso di un giallo in più perdi proprio lo scopo, perché il lettore deve farsi la sua fantasia, immedesimandosi nel detective e cercando di scoprire lui l’assassino ecc. Quello è stato il primo problema che ho risolto grazie anche a qualche critica ricevuta e grazie al fatto di essere stato affiancato a un bravissimo editor, che è venuto incontro alle mie esigenze e mi ha fatto evitare di far figuracce.

Ti piace il thriller?

Mi piace il giallo, ma non ti so dire esattamente cosa mi piace. Sicuramente non mi piace l’horror o non mi piace il dark side of life e cioè quella “valorizzazione” del lato oscuro della vita. Mi piace l’intrigo o comunque il giallo classico di Arthur Conan Doyle o di Agatha Christie dove c’è una bella figura di un ispettore/investigatore che ha un carattere tipo Sherlock Holmes o Poirot e poi soprattutto mi piacciono le soluzioni molto intricate e mi piace che il lettore si identifichi non tanto nel soggetto, ma nell’investigatore, cercando di risolvere un delitto che poi alla fine è la risoluzione del mistero. Poi le storie classiche dei gialli non sono angoscianti, perché magari ci sono riflessioni su chi era Sherlock Holmes, Poirot o Miss Marple, o sull’ambiente in cui vivono. Questo è il tipo di storia gialla che mi piace di più e nel mio libro infatti ho messo un po’ di “enigmistica” proprio per questo motivo.

Il rock thriller è un genere che non esiste solo in Italia o che non esiste in generale?

Noi abbiamo deciso che sia il primo, però non so! Io credo che in questo caso è un 50 e 50. La musica rock e il thriller si dividono al 50% “l’idea”. Qui sicuramente la parte musicale è importante e non so quanto sia importante in altri contesti, visto che tante volte è stata un sottofondo come ad esempio in The Phantom At The Opera. Qui non ci sono solo continui riferimenti alla musica, ma la parte musicale è proprio la chiave del mistero.

Come sei riuscito a rendere la musica talmente centrale sia in riferimento ai vari delitti, sia addirittura come mezzo per risolvere il caso?

I Delitti Rock ovviamente sono stati ripescati nel momento in cui sono stati messi in scena questi omicidi, così come i Rock Files che sono 500 storie, alcune delle quali spesso ai confini del surreale. La storia del rock quindi offre già di per sé tantissimi spunti. Basta conoscerla e saperla adattare.

Poi in questo caso sono state le canzoni di Bob Dylan che mi hanno aiutato e per lui – come per altri artisti – funziona molto bene il doppio livello di lettura secondo me. Le canzoni di Bob Dylan sono state da questo punto di vista molto utili per il libro.

Bob Dylan

Bob Dylan

E le stesse canzoni di Dylan fanno da colonna sonora come molte altre presenti inevitabilmente in Psycho Killer. Anche i personaggi però “somigliano” un po’ ai testi del cantautore nel senso che hanno una doppia chiave di lettura, vero? E quindi anche in questo ti sei ispirato al profeta?

Sì. I personaggi, sia vittime che carnefici, hanno una fonte d’ispirazione precisa, a cui poi ho cambiato i connotati e anche le parti, perché poi se li avessi raccontati per come erano, non potevano essere né vittime né carnefici. Sono a doppio livello di lettura anche per questo motivo e sono tutti descritti in maniera abbastanza verosimile, seppur generoso è il loro profilo professionale. Il concetto alla base dei musicisti è “ho le carte in regola per farcela, ma qualcuno mi ostacola”. Viceversa gli altri, per essere uccisi, devono aver fatto “qualcosa di grave”, sennò non avrebbe senso.

Tra i personaggi ci sei anche tu?

Sì, ci sono anche io in un cameo, come si direbbe in termini cinematografici. Io transito e non tutti sanno dove, ma ad un certo punto sono descritto molto bene e sono facilmente riconoscibile nella notte in cui c’è il tributo ad Amy Winehouse.

Poi è altrettanto vero che un po’ di me è presente nei vari personaggi. Il medico legale non esiste, ma gioca a tennis come gioco io e perde come perdo io quando descrivo quella partita. Anche uno dei tennisti per esempio è uno con cui gioco.

Poi di milanisti ce ne sono tanti e il medico è milanista ma non come me. È milanista del tipo: “Balotelli era l’idolo della tifoseria avversaria, ma appena mette la maglia nostra diventa subito dei nostri”. Il mio “milanismo” è più simile a quello dell’ispettore: molto critico, ma appena segnano comincia a esultare, impazzisce ecc.!

Tanti amici sono presenti all’interno del tuo libro, un po’ come accade in Big Sur di Jack Kerouac. Loro sanno di avere un ruolo o comunque si sono riconosciuti nel tuo Psycho Killer?

Lo sanno tutti. A tutti i protagonisti, vittime e carnefici, visto che sono amici e gente in alcuni casi che conosco da trent’anni, ho letto le parti incriminate in cui veniva tracciato un loro profilo al fine di evitare equivoci. Se non fossero andate bene, le avrei cambiate anche perché il tutto non avrebbe influito sulla storia.

Sempre a proposito di personaggi, quelli reali sono comparse, come Manuel Agnelli o Franco Battiato, giusto per citarne due. Scelta necessaria per rendere ancor più credibile la narrazione degli eventi?

Quelli sono altri tipi di camei dichiarati, perché quei personaggi non hanno un ruolo. Se sono dichiarati, sono nel ruolo di loro stessi e poi mi sembrava giusto mantenere una sorta di privacy per i personaggi che hanno un ruolo. Ho citato esplicitamente Fabio Treves e Alberto Fortis, ma anche Eugenio Finardi perché lui ad esempio nella mia logica è uno dei “precursori dell’indie” per il suo impegno dell’epoca e per il concetto di essere fuori dal coro.

Poi la stessa cosa vale anche per i luoghi, alcuni dei quali riconoscibilissimi, ma con un nome diverso.

Alberto Fortis - "Milano E Vincenzo" (screenshot del videoclip realizzato nel 1979 da Andrea Pazienza)

Alberto Fortis – “Milano e Vincenzo” (screenshot del videoclip realizzato nel 1979 da Andrea Pazienza)

Riguardo ad Alberto Fortis che hai appena citato, tra le fonti d’ispirazione di Psycho Killer c’è anche la sua Milano e Vincenzo, visto che lui nel brano dichiarava “di voler ammazzare” il discografico Vincenzo Micocci, “reo” di non avergli pubblicato il disco?

A dir la verità, l’ho ricollegata dopo. Ho pensato dopo cioè al fatto che lui oltre trent’anni fa aveva scritto “Vincenzo io ti ammazzerò” e quindi poteva essere un idolo per i musicisti frustrati. La sua problematica non era dissimile, anche se era più specifica perché riguardava solo un discografico e non più figure professionali legate alla musica.

Bene. Siamo quasi in conclusione. Noi ovviamente ti ringraziamo per la tua disponibilità, ma prima ti poniamo un’ultima domanda: Psycho Killer diventerà un film?

Mi piacerebbe che diventasse un film. Una copia del libro è stata già mandata all’agente di Gabriele Salvatores e se fosse stato fatto trent’anni fa era il suo film, perché c’è Milano, il rock ecc. Non so se adesso lui preferisca navigare in altre dimensioni. Per come lo conosco io, non credo che la storia non gli piaccia, ma da qui a farne un film non so. Comunque mi piacerebbe far sì che l’ispettore Marco Molteni non concluda la sua carriera al primo libro e vada avanti. Lui sta per partire per l’Inghilterra e quindi chissà…

In che senso? Molteni quindi potrebbe continuare a vivere in un altro libro o magari in una serie tv?

Molteni alla fine del romanzo è un personaggio con una sua fisionomia. Da coatto assume spessore e, pur non essendo un fine intellettuale, è comunque simpatico e si dimostra essere un bravo poliziotto, utilizzando bene le informazioni e riuscendo a far quadrare le cose. Lui aveva individuato l’assassino e lo va a beccare quando è sicuro.

Mi piacerebbe continuare il filone del rock-thriller. Il mio “omino” avrebbe solo il difetto di essere italiano, ma mette comunque insieme Roma e Milano. L’idea di una trasposizione cinematografica o televisiva mi piacerebbe moltissimo, ma in Italia è molto difficile entrare nei campi altrui.

Al momento ho anche in mente un quarto di storia, ma sono solo riferimenti che andranno sviluppati nel caso in cui…

Allora non ci resta che attendere eventuali sviluppi?

Certo! Poi comunque con Psycho Killer non avevo intenzione di scrivere un capolavoro della lettura. Avevo solo voglia di scrivere una storia piacevole, divertente e appassionante… Non miro al Premio Bancarella!

Informazioni su Leonardo Follieri

Collabora con Jam Viaggio Nella Musica e con Paper Street, scrive su Rock Oddity, dal 2007 scrive di musica per testate online/siti/blog, canta e suona la chitarra. Ha frequentato il Master in Giornalismo e Critica Musicale diretto da Ezio Guaitamacchi, è laureato in Giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano con tesi in diritto d’autore.
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