I Pink Floyd di Meddle

La copertina a cura dello studio Hipgnosis

La copertina di “Meddle”, a cura dello studio Hipgnosis.

Il 1971 è un anno molto impegnativo per i Floyd, reduci dal successo commerciale di “Atom Heart Mother” (Harvest/EMI, 1970) e con date programmate fino al 1973. Non più obbligati a registrare agli studi della EMI di Abbey Road, i quattro si spostano agli studi Air.Command e Morgan di Londra, dove concepiscono gran parte di quello che sarà poi il nuovo album. A causa degli incessanti impegni live, i Floyd impiegano molti mesi ma il risultato non delude le forti attese: il 30 ottobre del 1971 Meddle esce negli Stati Uniti (in Inghilterra uscirà il 5 novembre).

Pur mantenendo la stessa struttura del precedente, Meddle è un evidente ritorno al “rock” di una band che si diverte collettivamente ad esplorare i più disparati pianeti sonori; dalla sperimentazione avanguardistica di scuola teutonica, a blues vecchio stampo, fino ad acidule ballate folk. I barocchismi e le orchestrazioni di Atom Heart Mother sono totalmente messi in disparte.

Il lato A inizia con un grande classico della discografia pinkfloydiana: One Of These Days, in Italia celebre sigla del programma calcistico Dribbling. Il pulsante basso di Waters (collegato all’effetto Eco Binson) produce un tappeto sonoro su cui la voce distorta di Mason recita una frase a dir poco lugubre – “Un giorno di questi ti farò a pezzettini” (in origine doveva essere quella del dj britannico Jimmy Young, non propriamente una personalità amata amata dal gruppo). La straordinaria chitarra slide di Gilmour fa il resto.

La parte centrale, con le canzoni di durata inferiore, è quella più bistrattata e dimenticata. A Pillow of Winds è una ballata che ricorda If – ma meno ispirata – Fearless è un classico brano rock del periodo che avrebbe potuto tranquillamente far parte di Obscured By Clouds (chiuso curiosamente dal coro da stadio You’ll Never Walk Alone, inno del Liverpool). Sono pur sempre inglesi e la passione per il calcio non è certo una notizia.

I Pink Floyd a Pompei

I Pink Floyd dal “live at Pompeii”

A chiudere la facciata, il blues di 12 battute di Seamus, ironico esperimento con un cantante d’eccezione: un cane. “Dave si prendeva cura di questo bel cane, Seamus, mentre il legittimo proprietario Steve Marriott – membro degli Humble Pie – era negli USA, e lo portava con sé in studio. Un giorno disse: ‘Volevo mostrarvi una cosa – questo cane canta’. Tirò fuori un’armonica e cominciò a suonarla e all’improvviso il cane si mise ad abbaiare”. Bizzarro.

Il vero capolavoro di Meddle è senza alcun dubbio la suite conclusiva, che occupa tutta la seconda facciata: Echoes. Concepita mettendo insieme 24 frammenti diversi (all’inizio viene intitolata Nothing – Parts 1 to 24, poi Return Of The Son Of Nothing), prende la forma definitiva nel settembre del ’71, grazie al rodaggio live. 

Le sperimentazioni in studio dei Pink Floyd; un marchio di fabbrica

Le sperimentazioni in studio dei Pink Floyd; un marchio di fabbrica

Il pianoforte collegato all’amplificatore Leslie, dotato del famoso altoparlante che ruota (prodotto anche in Italia dalla Lombardi e da altre ditte), è alla base del “ping” iniziale, geniale intuizione di Wright. Il resto è un alternarsi di vorticosi crescendi, in perfetto equilibro tra melodia e sperimentazione. Per molti è la suite perfetta.

Echoes e One These Days saranno colonna sonora portante del famoso Live At Pompeii, uno dei migliori live della storia del rock, testimone di un’epoca irripetibile e del potenziale musicale e scenico della suggestiva arte pinkfloydiana.

Buone anche le vendite: il sesto album dei Floyd si piazza infatti al terzo posto della classifica inglese e al 70esimo di quella americana. 

Ps. Un’ultima curiosità: prima di registrare Meddle, i Pink Floyd avevano abbozzato Sounds Of Households Objects, con suoni prodotti da utensili da cucina, nastri adesivi, spray… (sulla scia di Alan’s Psychedelic Breakfast). Lavoro mai ultimato.

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