“You gotta pay the dues, if you wanna sing the Blues”. La morte di Bessie Smith

 

"L'Imperatrice del blues", Bessie Smith

“L’Imperatrice del blues”, Bessie Smith

“The blues singer in the world will never stop singing”.

Questa è la scritta che Janis Joplin, nel 1970, ha fatto incidere sulla lapide di Bessie Smith, blues singer morta il 26 settembre 1937. Un’affermazione che corrisponde al vero, anche secondo l’autorevole parere dello storico giornalista e critico jazz Arrigo Polillo: “Dovunque ci sia un amatore del jazz, i dischi di Bessie Smith vengono gelosamente conservati e ripetutamente messi sul giradischi” – scrive sul saggio Jazz, la vicenda e i protagonisti della musica afro-americana (Oscar Mondadori, 1975). – “Bessie Smith sfoggia le sue straordinarie qualità di cantante drammatica, spesso tragica, dotata di una voce cupa e potente, di grande espressività. Con lei il blues diventò arte, così come, negli stessi anni, diventò arte, per merito di Louis Armstrong, il jazz strumentale. Un’arte perfettamente comprensibile dall’umile pubblico cui si indirizzava…”

Tra le sue incisioni più famose e importanti è bene ricordare almeno Jail house blues (1923), Weeping willow blues (1924), My man blues (1925) e quelle realizzate con Louis Armstrong, ovvero Cold in hand blues, Careless love blues, Nashville women’s blues, I ain’t gonna play no second fiddle, J.C. Holmes e St. Louis blues.

L’inizio degli anni ’30 rappresenta il periodo più buio della cantante, in bilico tra eccessi e crisi personali e di fama. Nel ’33 conosce il manager John Hammond, allora alla ricerca di artisti di talento appartenenti al mondo del jazz, con cui realizzare una serie di dischi per il mercato britannico.

Bessie Smith in uno scatto dell'epoca

Bessie Smith in uno scatto dell’epoca

Ciò nonostante, la definitiva resurrezione avviene un anno prima della morte, nel 1936. Il celeberrimo locale Connie’s Inn, situato nella 48a strada (Broadway), la chiama per sostituire Billie Holiday, gravemente ammalata. Rimane lì per più di due mesi, dove assapora un successo che le mancava da tempo. Ora tutti si ricordano di lei e le offerte di lavoro sono infinite.

Nel ’37 entra nella compagnia Broadway Rastus, uno spettacolo che girava prevalentemente nel Sud. E’ proprio durante questa tournèe che il 26 settembre 1937, sulla Route 61, tra Memphis e Clarkdale, Bessie Smith rimane vittima di un’incidente mortale. 

Sulle circostanze della morte si sono scritte molte cose. La morte di Bessie diventa anche un’opera teatrale, “The Death of Bessie Smith” di Edward Albee.

Per molto tempo si è creduto che la cantante, portata a un ospedale per soli bianchi, non sia stata curata adeguatamente. In realtà è una tesi su cui John Hammond ha speculato parecchio, smentita poi dai fatti e dalla testimonianza del dottor Hugh Smith, presente sul posto.

A quel tempo con la segregazione negli stati del sud, nessuna persona di colore sarebbe stata affidata ad una struttura ospedaliera per bianchi.

Il 4 ottobre del 1937 si svolgono i funerali della cantante, a Philadelphia. Partecipano quasi diecimila persone. La tomba della cantante rimane però senza lapide perché il marito dichiara di non avere i soldi per affrontare la spesa. Viene fatta una sottoscrizione, per aiutarlo a provvedere, ma lui spende il denaro per altro.

La lapide rimane anonima sino all’agosto del 1970, quando Janis Joplin e la donna d’affari Juanita Green sostengono le spese per un piccolo monumento in onore dell’Imperatrice del blues, figura cardine nella storia della musica afro-americana, dotata di uno charme mistico irraggiungibile. A tal proposito c’è una dichiarazione molto suggestiva di Art Hodes, jazzman che ha avuto la fortuna di ascoltare e vedere dal vivo Bessie:

Non si può spiegare a parole il suo canto, la sua voce. Essa non ha bisogno di un microfono, non lo usa. Non sono però sicuro che quei maledetti cosi fossero già in circolazione, quell’anno. Tutti la sentono bene, Questa donna canta con tutto il cuore. Non mi lascia distrarre per un istante. Mentre canta, cammina lentamente per il palcoscenico. La testa è leggermente inclinata. Da dove mi trovo, non riesco a capire se ha gli occhi chiusi o aperti. Avanti, un numero dopo l’altro, sempre lo stesso, una grande interpretazione, un applauso assordante. Non vorremmo che finisse mai“.

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