Lo show televisivo dei Monkees chiude i battenti

I Monkees erano protagonisti di una campagna pubblicitaria senza precedenti

I Monkees erano protagonisti di una campagna pubblicitaria senza precedenti

Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria (Garzanti, Dizionario dei telefilm)

Nata sull’onda del successo dei Beatles, ispirata cinematograficamente all’exploit di Tutti per uno (1963), la serie più beat di tutti i tempi batte bandiera a “stelle e strisce”. Ne è protagonista una rockband americana, i Monkees, del tutto simile ai Fab four; le avventure che coinvolgono il poker protagonista fanno da sfondo a numeri musicali o concerti in cui si alternano colori fiammeggianti, ralenti, riprese fuori fuoco, montaggio galoppante (tecniche mutuate, appunto, da A Hard Day’s Night). Gli ideatori e produttori esecutivi Bert Schneider e Robert “Bob” Rafelson visionarono più di 400 giovani prima di scegliere i quattro Monkees: alla fine puntarono su Davy Jones (nel serial è semplicemente Davy), Micky Dolenz (Micky), Michael Nesmith (Mike), Peter Tork (Peter); solo Nesmith e Tork avevano trascorsi musicali, mentre Jones era un discjockey inglese; tra gli scartati della megaaudizione si segnalano Stephen Stills (in seguito al fianco di David Crosby e Graham Nash, accantonato per non avere una dentatura perfetta) e Charles Manson (il futuro assassino di Sharon Tate). I quattro prescelti passarono tutta l’estate del 1966 a imparare “tecniche recitative d’improvvisazione” (spontaneità era la parola d’ordine dei produttori), mentre dal punto di vista musicale ebbero poco tempo per provare insieme. I primi due dischi tratti dalla serie, che i quattro “boccheggiavano” in playback, furono suonati e cantati – a parte alcune tracce vocali – da musicisti “ombra”: questo non impedì al gruppo di diventare popolarissimo, raggiungendo la quota di 8 milioni di dischi venduti alla fine del 1966. Nel 1967 Jones, Dolenz, Nesmith e Tork riuscirono ad accordarsi con la produzione affinché potessero cantare e suonare la musica: il terzo disco della serie, Headquarters, seguì il successo dei precedenti. Tra i singoli che hanno scalato le classifiche di mezzo mondo: “Last train to Clarksville”, “Words”, “A little bit me, a little bit you”, “I’m a believer” (quest’ultimo conobbe la cover italiana da parte di Caterina Caselli con “Sono bugiarda”). Tuttavia, il telefilm cadde in patria sotto i colpi del concorrente Gunsmoke, chiudendo i battenti il 19 agosto 1968. Il tema musicale è composto da Tommy Boyce e Bobby Hart; la sigla finale, “For Pete’s Sake”, è scritta da Peter Tork e Joseph Richards. Dolenz e Tork dirigono inoltre un episodio a testa. Il serial si è aggiudicato due Emmy Awards nel 1967, uno quale migliore serie e l’altro per la regia. Rafelson, già dietro la cinepresa del telefilm, ha diretto anche la pellicola tratta dal piccolo schermo: in Sogni perduti (1968), i Monkees portano in scena la parodia di tutti i generi cinematografici grazie alla sceneggiattura, alla produzione e alla presenza cameo di Jack Nicholson (tra gli altri, s’intravede Frank Zappa quale guest-star). Dopo l’ultimo ciak, Nesmith è rimasto nel campo musicale, dapprima come autore (ha scritto “Different Drum” per Linda Ronstadt e gli Stone Poneys), quindi da produttore di videoclip; Jones e Dolenz formarono senza successo un gruppo nel 1975, insieme a Boyce e Hart; negli anni ’80, Jones, Dolenz e Tork hanno organizzato un réuniontour al quale ha partecipato, solo per alcune date, anche Tork. Nel 1987 è stato lanciato un remake flop, The New Monkees. Il 26 ottobre 2001 i Monkees si sono riuniti – sempre senza Nesmith – in un concerto-evento celebratosi alla Wembley Arena di Londra (il prezzo del biglietto, per la cronaca, gravitava sulle 22 sterline e 50, circa 70 mila lire di allora). Nel 2003 si è iniziato a pensare a un realityshow sullo stile di “Operazione Trionfo” che s’ispiri al loro percorso verso la leggenda.

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