Willy DeVille e la sua versione mariachi di Hey Joe

Willy DeVille con la sua chitarra a Parigi

Willy DeVille con la chitarra acustica

Hey Joe  è senza alcun dubbio un classico della musica americana. La versione più celebre per gli appassionati di rock è quella di Hendrix del 16 dicembre 1966, primo singolo di Are You Experienced (Track records, 1967), ma il brano, in realtà, non è stato scritto da lui. Jimi, infatti, lo ascolta più volte al Cafè Wha? di New York nell’interpretazione del folk singer Tim Rose.

Per un periodo il pezzo è erroneamente accreditato a Dino Valente (alias Chet Powers, membro dei Quicksilver Messenger Service) ma i diritti li detiene dal 1962 Billy Roberts, cantautore del South Carolina che però si rifà – sia nella struttura che nell’armonia – a  brani traditional come Little Sadie e Baby, Please Don’t Go To Town di Niela Miller del 1955. Billy Roberts compie un’operazione simile a quelle del primissimo Dylan: fa proprio un brano pescato dalla tradizione americana, sostituendone parole e arrangiamento (in parte).

Nel biennio ’65-66 Hey Joe viene incisa un po’ da tutti e diventa ben presto anche un inno dei gruppi garage rock del periodo, nelle versioni dei The Leaves (al #31 della classifica Billboard) e The Standells, ma portata al successo anche dai più famosi Wilson Pickett e Cher. I The Byrds la inseriscono nella tracklist del loro Fifth Dimension (Columbia, 1966) e lo stesso fanno i Love di Arthur Lee con il loro album d’esordio omonimo (Elektra, 1966).

1992. Più di venticinque anni più tardi succede qualcosa di inaspettato. Willy DeVille, classe 1950, ex cantante dei Mink DeVille, cresciuto a New York nutrendosi di folk/revival, blues, delle produzioni di Phil Spector, del latin soul, della musica Cajun – nonchè frequentatore assiduo del CGGB’s dei tempi d’oro – ne fa un fortunato singolo,  riportando in classifica dopo tanto tempo Hey Joe. Le sonorità mariachi da “musica di confine” dell’arrangiamento rimandano allo spirito originario del pezzo. Il testo – un  blues che riprende lo schema tipico del call and response usato nei campi di cotone – ha come protagonista Joe, un outlaw (fuorilegge) che ha appena sparato alla propria signora e si dirige verso il Messico per non avere grane con la giustizia. I chitarroni delle versioni sopraccitate sono lontani. Ora l’immaginario mex della canzone è fedelmente rappresentato. L’immagine Gypsy da poco di buono di DeVille fa il resto. Uscito prima in Europa e curiosamente due anni dopo negli Stati Uniti, l’album Backstreets Of Desire (FNAC music/Forward records 1992/1994) è un successo, trainato proprio da questa bizzarra rivisitazione di Hey Joe.

Una vita sempre al limite quella di DeVille, che per una consistente fetta della sua vita fa uso di stupefacenti in quantità massiccia. Negli anni ’00 riesce a disintossicarsi ma nell’estate del 2009 scompare all’età di 58 anni per un tumore al pancreas.

Andiamo a risentirci  proprio la sua interpretazione di questo classico (in un live del ’95) e l’originale di Billy Roberts.

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