Santana, Abraxas. L’Annunciazione surrealista di Mati Klarwein

Santana, Abraxas (copertina di Mati Klarkwein)

Santana, Abraxas (copertina di Mati Klarwein)

Abdul Mati Klarwein è uno dei pittori surrealisti più noti dell’era psichedelica. Studiò con Salvador Dalì e con Ernst Fuchs dell’avanguardia viennese. Realizzò le leggendarie copertine di Bitches Brew di Miles Davis e quella di cui parleremo oggi, Abraxas di Santana (Columbia Records, 1970). L’opera originale ha il nome de “L’Annunciazione” e risale al 1961. La psichedelia, quindi, deve ancora fare breccia tra gli artisti rock e San Francisco deve ancora diventare la capitale della stagione lisergica.

Il quadro è una versione erotica, blasfema e pagana della Annunciazione cristiana. Una creatura angelica comunica con una donna. Nella rappresentazione classica è l’Arcangelo Gabriele che annuncia a Maria l’Incarnazione del Verbo; nel nostro, il demone Abraxas si presenta ad una bruxa, una strega che pratica la magia nera. Nell’Annunciazione la colomba rappresenta lo Spirito Santo, mentre nella cover di Santana la colomba è il simbolo della magia voodoo. La somiglianza tra le due figure è grande, ma il loro significato è profondamente diverso.

E la creatura angelica chi è? La parola Abraxas, che dà il nome all’album, ha origini lontane nel tempo. Nella mitologia greca, Abraxas era uno dei cavalli di Eolo, il dio dei venti. Esso è presente anche nei testi gnostici dei primi secoli dell’era cristiana. Alcuni Padri della Chiesa, profondi conoscitori dello gnosticismo, consideravano Abraxas un demone, e il suo culto una forma di adorazione satanica. Le fonti dirette sono alcuni testi gnostici facenti parte dei codici di Nag Hammadi (il Vangelo degli Egiziani e l’Apocalisse d’Adamo). La vera ispirazione diretta, secondo lo stesso Carlos Santana, fu però un’altra, ovvero una citazione presa dal libro Demian di Herman Hesse: “Eravamo di fronte a lui e cominciammo a gelare dentro per lo sforzo. Abbiamo interrogato il dipinto, lo abbiamo vituperato, fatto l’amore con lui, pregato: lo abbiamo chiamato madre, lo abbiamo chiamato puttana e sgualdrina, lo abbiamo chiamato nostro amato, lo abbiamo chiamato Abraxas…”

La prosperosa Maria dalla pelle nuda e scura è una raffigurazione dalla profonda carica erogena che al tempo stesso assume connotati materni, in un’orgia spasmodica di colori e figure che simboleggiano la fertilità. Anche l’Angelo che, secondo una visione cattolica, assumerebbe sembianze demoniache, ha la sola “colpa” di essere donna e non di sesso maschile.

Qui, nella interpretazione provocatoria di Mati, un alato e tatuato Gabriele è raffigurato a cavallo di una conga. “Le conga sono state sempre utilizzate per annunciare qualcosa,” – ha dichiarato Mati. “Erano un mezzo di comunicazione in Africa.” All’estrema sinistra ci sono tre Wodaabe (popolazione nomade che vive tra Mali, Nigeria e Camerun), che simboleggiano i tre Re Magi, e un’immagine di Mati stesso.

Abraxas fu la definitiva consacrazione dei Santana, dopo la stupefacente performance al festival di Woodstock del ’69 e l’ottimo esordio su LP lo stesso anno: l’innovativo mix di salsa, rock, blues e jazz coniarono una variante latina della psichedelia più chitarristica. Samba pa ti, Oye como va e, soprattutto, la geniale cover di Black Magic Woman (l’originale è dei Fleetwood Mac del ’68) valsero all’album 9 dischi di platino e 1 disco d’oro. Quel che è certo è che la copertina è famosa ormai quasi quanto la musica ed è un pezzo d’arte di assoluto pregio.

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